Imparare dalle montagne

Imparare dalle montagne. Si può scegliere di guardare alla gestione attuale del welfare oppure confrontarsi con una tradizione antica millenaria, in cerca di sguardi sulle problematiche esistenziali che aprano prospettive diverse. Voci fuori dal coro, che eleggono l’umiltà a dimensione operativa anziché la presunzione dell’uomo costruito da sé, mito dei nostri tempi. La concentrazione e il rigore nella dimensione operosa e artigianale come ingredienti centrali accanto al coltivare la propria dimensione interiore e spirituale. Un uomo che si costruisce nel tempo, con l’esperienza ponendosi in ascolto degli altri e del mondo, pronto a confrontarsi con mondi e idee diverse perché di questo si costituisce il lavoro educativo essere pronti a rivedere le proprie convinzioni per accoglierne di nuove, essere in ascolto, in dialogo, pronti al confronto.

Burdese ci porta nel mondo dei monaci cistercensi. Rinunce, sacrifici, scelte non facili, fuori dal coro. Tutto il mondo dice il contrario, eppure questi uomini rigorosi sono stati in grado di costruire un sistema di ricerca di un senso, un cammino di educazione alla vita comunitaria che ha elevato la ricchezza del bene comune e la serenità della dimensione umana e spirituale. Un cammino di ricerca di senso e serenità, una vita comunitaria dove l’unità delle persone segue una regola, come limite, come accompagnamento al proprio percorso evolutivo. “La regola aiuta la libertà ad essere sè stessa.” Dichiara Lepori, abate dell’ordine cistercense. All’inizio uno si sente costretto dalle limitazioni, dal rigore, dalla disciplina, poi con il tempo non segue più il percorso per obbedienza, ma perché ha fatto propria la dimensione valoriale che ha contribuito al cambiamento e all’equilibrio. Come una conversione. Una tensione verso una comunione, intesa come fraternità, incontro dell’altro, ricerca comune di un punto di riferimento, di un senso alla propria dimensione esistenziale, di un senso di appartenenza a qualcosa di più grande. Scelta e costruzione quotidiana di valori che diano una forma alla persona e la accompagnino. La vocazione come desiderio, come ricerca di una dimensione che trascenda il singolo e la propria presunzione di ottenere una serenità con il possesso, con il raggiungimento del potere o l’accumulo di materiale. Fermarsi in silenzio per ascoltare sé stessi e per imparare una disposizione interiore volta a ricevere dagli altri, dalla natura, come un dono. Una cultura in cui alla base c’è il sentimento di essere amati, di essere accolti ed importanti, germoglio da cui nasce la disposizione ad accogliere gli altri, la natura, il mondo, come un dono ricevuto, appassionandosi ad un senso che dà forma e appartenenza. Il cambiamento non da chiedere agli altri, ma da iniziare dentro sé stessi.

Un fatto esemplare non a tutti noto è quello della creazione del grana padano, dal recupero del latte in eccesso prodotto dagli allevamenti di vacche proprio in un monastero cistercense, il monastero di Chiaravalle vicino a Milano. Il formaggio dalla fama mondiale nasce come idea di alcuni monaci che intendono trovare una soluzione per trasformare una materia posseduta in eccesso, altamente deperibile e che rischia altrimenti di andare perduta. Una metafora dell’ingegno che trasforma e recupera giungendo persino a divenire modello e produzione di eccellenza.

Gli operatori, i volontari, i collaboratori accolgono la sfida della riflessione intorno a queste tematiche per piegarle verso nuove idee e proposte. L’associazione nasce nell’humus del volontariato che fa della propria vocazione la spinta a tendere le mani verso il diverso per iniziare un cammino di accompagnamento e trasformazione, di sostegno, senza paura di farsi cambiare in prima persona nella propria vita di tutti i giorni, nell’incontro con la fragilità dell’altro. Si ricorda come sia importante spolverare le radici delle proprie origini e ripercorrerne il tragitto così da creare un linguaggio comune con i nuovi che si trovano ad operare a fianco a chi cammina da tempo. Si propone di potenziare il lavoro di raccolta e comunicazione di come siamo cambiati nel tempo, di come ci siamo trasformati, di come siano stati aggiunti elementi, competenze, ruoli, professionalità e come si sia evidenziata l’utilità di ribadire certe linee di azione, certi concetti fondamentali, certi valori imprescindibili. C’è bisogno di dedizione, di avere una vita non in contraddizione con il modello che si propone, c’è bisogno di fare proprie certe scelte nel modo educativo che implicano l’ascolto e il rispetto, l’umiltà e l’autocritica. Le regole così spesso demonizzate e osteggiate, vissute come una limitazione alla propria presunta libertà vengono pian piano con il lavoro faticoso di tutti i giorni a diventare parte integrante e strutturale dell’equilibrio delle persone accolte. Potenziare le attività e le risorse presenti per svilupparle e valorizzarle così da creare un ponte tra la comunità e il territorio. La progettazione delle attività come strumento essenziale di un fare comune che crea appartenenza e senso. Cambiare il proprio sguardo sulla comunità per permettere a chi ne fa parte di cambiarlo a sua volta. Il laboratorio di restauro dei mobili potrà divenire laboratorio perenne ed essere inserito in una rete di artigianato sociale. Accanto al progetto del panificio sociale, si potrà istituire una bottega con i prodotti raccolti e curati dagli ospiti. La cucina delle varie parti del mondo potrà diventare occasione da proporre al territorio per avvicinarlo alle realtà presenti in comunità. Le storie dei ragazzi richiedenti asilo potrebbero divenire un racconto da condividere con i giovani ragazzi delle scuole.